MITORAJ A POMPEI :Monumentale mostra tra gli scavi Lustro al genio franco-polacco.

Fino all’8 gennaio 2017 i turisti potranno ammirare trenta opere uniche.

 

Quasi miracolosamente dei ed eroi, feriti e frammentati, sembrano rinascere dalle rovine per tornare ad abitare le strade e le piazze di Pompei, la città sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Con un dialogo sorprendente e coinvolgente, trenta sculture monumentali di Igor Mitoraj, il grande artista polacco ma italiano d’adozione scomparso nel 2014, danno vita ad una mostra quanto mai emozionante nell’area archeologica di Pompei, un vero coup de théatre che stupisce e meraviglia. È un evento espositivo, ideato e promosso dalla Fondazione Terzo Pilastro Italia-Mediterraneo presieduta da Emmanuele Francesco Maria Emanuele, che si inaugurerà a metà maggio ma che abbiamo visitato in anteprima ad allestimento già ultimato. Così tutte le sculture di Mitoraj sembrano nate per vivere in luoghi come questo, mentre in un museo il loro impatto sarebbe ben minore. Caduti a terra o ritti contro il cielo, feriti o frammentati, malinconici e pensosi, ecco gli dei ed eroi simili a sogni di bronzo che ci parlano di una classicità eterna: Dedalo nel Tempio di Venere, il Centauro nel Foro, il Centurione nelle Terme Stabiane, Ikaro alato al Foro triangolare. Un po’ dovunque, nell’allestimento realizzato da Luca Pizzi dell’Atelier Mitoraj, si è affiancati nella visita a Pompei da quelli che sono veri e propri simboli di una bellezza perduta e inseguita nostalgicamente, fino a ricreare l’illusione di una sua possibile rinascita. Come ha detto Massimo Osanna,Direttore Generale della Soprintendenza Pompei, ìle opere di Mitoraj sono simboli muti e iconici che ci ricordano, nella loro immanenza, il valore profondo della classicità nella cultura contemporanea.

A Pompei, come scrive Théophile Gautier nel 1852, «due passi separano la vita antica dalla vita moderna». Non a caso la cifra forte delle opere di Mitoraj sta in quel pur difficile senso di continuità del presente con un passato glorioso, che dona un po’ di conforto a chi crede ancora nella possibilità che l’arte parli al cuore dell’uomo.

Nato a Oederan, in Germania, il 26 marzo 1944, da madre polacca e padre francese, Mitoraj studiò pittura all’Accademia di Belle Arti di Cracovia con Tadeusz Kantor, si trasferì nel 1968 a Parigi e nel 1979 scoprì Pietrasanta e la sua straordinaria tradizione nella lavorazione del marmo scegliendo di vivere lì per buona parte dell’anno. Con grande lucidità lo scultore polacco sembrava aver compreso perfettamente quanto notato già da Ernst Howald nel 1948, ovvero che la rinascita del «classico» è la «forma ritmica» della storia culturale europea, una sorta di fiume carsico che perennemente riaffiora quando sembrava definitivamente scomparso. Questa fondamentale riflessione è al centro del lungimirante saggio di Salvatore Settis intitolato «Futuro del classico», che ci aiuta anche a capire meglio quanta «assenza» e quanta «presenza» ci siano nei monumenti dell’antichità, con parole che possiamo considerare valide sia per gli scavi di Pompei che per le sculture di Mitoraj. I monumenti dell’antichità, scrive Settis, «col loro decadimento inarrestabile attestano la sua fine, ma al tempo stesso ce ne rendono le tracce presenti e incombenti, e insomma ne testimoniano la morte e insieme ne preannunciano la rinascita. Secondo la tradizione occidentale, le rovine segnalano al tempo stesso un’assenza e una presenza: mostrano, anzi sono, un’intersezione fra il visibile e l’invisibile. Ciò che è invisibile (o assente) è messo in risalto dalla frammentazione delle rovine, dalla loro perdita di funzionalità (o almeno di quella originaria). Ma la loro ostinata presenza visibile testimonia la durata e anzi l’eternità delle rovine, la loro vittoria sullo scorrere irreparabile del tempo». Ecco, in qualche modo anche le sculture di Mitoraj esaltano la vittoria sofferta della bellezza nei confronti degli oltraggi imposti dal tempo. Oltre tutto, il «mito» classico segnava nel cognome e nel suo destino artistico lo stesso Mitoraj, dando una volta di più ragione al proverbiale «nomen omen» con cui gli antichi suggerivano che qualcuno aveva il proprio destino tracciato nel nome.